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XXXIX Marcia della Pace a Macomer: camminare insieme e pregare per non arrendersi di fronte ai conflitti.

La testimonianza del Cardinale Mathieu che invita a restare fiduciosi e a invocare la pace nel mondo


A Macomer si invoca la pace, in marcia e in comunione di preghiera.

Alla XXXIX Marcia della Pace organizzata dalla delegazione regionale della Caritas, in collaborazione con il Csv Sardegna Solidale, la diocesi di Alghero – Bosa e il Comune di Macomer, sono arrivati numerosi da tutta l’isola: oltre 800 persone che hanno marciato per le vie del centro, a gran voce, con slogan e striscioni. Hanno unito le forze e le voci la Chiesa Sarda, le associazioni, la scuola, le autorità regionali e locali per chiedere la pace nel mondo, “una pace disarmata e disarmante”, come sottolineato nel tema dato da Papa Leone XIV alla LIX Giornata mondiale della pace di quest’anno: «La Pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante».


Un tema quanto mai attuale in tempi di conflitti e tensioni e di un’impressionante corsa al riarmo.
“È inutile parlare di una pace che disarma se non è disarmata in partenza”, ammette Mons. Mauro Maria Morfino, vescovo di Alghero-Bosa che ha presieduto la Marcia. “Talvolta parliamo di pace, vogliamo pace, ma tutto prepara alla conflittualità. C’è una corsa sfrenata ad armarsi pensando che più si è armati e più ci sarà pace e purtroppo è il contrario. La pace si costruisce con un cuore disarmato perché diversamente si costruisce guerra”.


Con piccoli gesti, come una marcia, si vuole dire basta con le armi, con l’odio e con le ingiustizie nel mondo, ma anche nella nostra terra, come sottolinea il delegato regionale di Caritas Sardegna don Marco Statzu: “La Marcia è un appuntamento importante che si ripete ogni anno e ci ricorda che c’è ancora tanto bisogno di pace. La pace si costruisce attraverso la ricerca della giustizia sociale anche nel nostro territorio. Siamo invitati a riflettere su questi temi a informarci e a essere attenti al mondo che ci circonda”.


E così, uno a fianco all’altro, vescovi, sacerdoti, religiose, amministratori, volontari, famiglie, giovani, hanno camminato insieme, ascoltato la riflessione e pregato per il mondo intero ferito da tante guerre. “Grazie a chi ha fatto concretamente un passo di pace per essere qui oggi, dimostrando di credere che la pace sia il presente e il futuro della nostra umanità”, ha detto Mons. Antonello Mura, presidente della Conferenza Episcopale Sarda. “La Sardegna è una terra che ha animato nei secoli tante persone e tante persone hanno parlato della Sardegna come luogo di pace. Nonostante tutto siamo persone che amano la pacificazione. Credo che questa Marcia permetta di comprendere ancora una volta che la Sardegna si schiera da una parte e che i passi della stessa Marcia portano in una direzione unica che è quella di sperare che il mondo si converta”.


Tutti d’accordo, insomma, a non arrendersi ai conflitti, ma consapevoli che la pace va costruita passo dopo passo, ogni giorno. Per Mons. Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e vescovo di Ales-Terralba: “Il fatto che questa sia la XXXIX Marcia significa che siamo perseveranti. Non ci stanchiamo di chiedere ciò che essenziale e importantissimo per l’umanità, soprattutto in questo momento, ovvero il dono della pace. Nonostante possa sembrare una piccola cosa è un avvenimento importante per le nostre diocesi: è la voce della gente che desidera la pace, è una voce che si leva come invocazione a Dio. I vescovi si uniscono al popolo di Dio per chiedere questo dono. Attraverso la preghiera e la riflessione bisogna costruire sentieri di pace”.


Tanti i sindaci che non sono voluti mancare, tra questi, in prima fila il sindaco di Macomer Riccardo Uda: “Che senso ha la nostra partecipazione qui oggi? Dobbiamo partire da questo momento per seminare la pace. La città di Macomer può farsi portatrice di un messaggio che dalla Sardegna può parlare al mondo”. In un giorno così importante, la Regione ha voluto manifestare a fianco della comunità sarda: era presente il presidente del Consiglio Regionale Piero Comandini: “Un segno di speranza che vuole essere forte soprattutto in questo momento. Tante persone hanno sentito la voglia di uscire da casa, parliamo di persone che non sono state costrette a marciare con noi. Ancora più dell’ideologia e della politica il grande valore della pace unisce molto di più di quanto i potenti possono pensare”. Tanti anche i giovani in cammino con striscioni colorati, sorrisi e canti, animati dal desiderio di rendersi protagonisti di un cambiamento di mentalità e di impegnarsi attivamente per costruire la pace.


In un momento delicato per l’Iran è ancora più significativa la testimonianza offerta dal Cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan dei Latini in Iran, che ha presieduto la veglia di preghiera nella Chiesa Beata Vergine Maria Regina delle Missioni. A tutti consegna un messaggio di pace con una riflessione profonda che parte dall’esperienza di una terra teatro di scontri dove però si continua a sperare: “Non possiamo rimanere radicati in certe opinioni fisse che considerano solo guerre e conflitti, che vedono solo il male nel nostro quotidiano. Siamo chiamati a essere portatori di vita, di pace, a metterci in moto per credere in un mondo migliore possibile dovunque su questa terra. Perché in ciascun uomo c’è qualcosa di buono e di bello. Anche se proprio in questi giorni si ricorda proprio l’Iran per i suoi conflitti in termini di forza anche con conseguenze sulla scacchiera mondiale vi posso assicurare che anche in questa terra tanta gente aspira alla pace e vuole collaborare alla pace mondiale”.

Sintesi della testimonianza di Cardinal Dominique Joseph Mathieu che ha presieduto la Veglia di preghiera nella Chiesa Beata Vergine Maria Regina delle Missioni.

Sentiamo purtroppo spesso dire che si può ottenere la pace solo con la guerra. In certe parti del mondo, come quella dalla quale provengo, dove sono stato mandato, vengono anche chiamate la maledizione del mondo. Se continuiamo a pensare in questo modo non possiamo costruire un mondo migliore

Qualche anno fa, prima di recarmi in Iran, mi trovavo in Libano, terra martoriata e divisa, e vidi come la gente semplice seppe ricostruire il suo paese, sempre e sempre, di nuovo, conflitto dopo conflitto. Incontrando la gente, in modo particolare durante il sacramento della riconciliazione, non si parlava della necessità di togliere le cattive erbe ma si evidenziava come fosse più importante piantare fiori nei nostri giardini, Se guardiamo quello che è bello allora ovviamente toglieremo quello che non è bello, ma se ci fissiamo solo su quello che è male non possiamo costruire e realizzare un bel giardino. Quando molta gente tuttora vuole lasciare soli in modo particolare i cristiani d’Oriente, il movimento contrario è molto importante, mettersi in moto come l’avete fatto oggi anche voi qui, come ci insegna la Sacra Scrittura, permette di cambiare la nostra visione. Non possiamo rimanere radicati in certe opinioni fisse che considerano solo guerre e conflitti, che vedono solo il male nel nostro quotidiano. Siamo chiamati a essere portatori di vita, di pace, a metterci in moto per credere in un mondo migliore possibile dovunque su questa terra. Perché in ciascun uomo c’è qualcosa di buono e di bello. Anche se proprio in questi giorni si ricorda proprio l’Iran per i suoi conflitti in termini di forza anche con conseguenze sulla scacchiera mondiale, vi posso assicurare che anche in questa terra dove tutto non è ideale tanta gente aspira alla pace e vuole collaborare alla pace mondiale.

Lo vidi da me stesso quando arrivai quattro anni fa in Iran. Da parecchi anni non c’era più nessun vescovo. Per i fedeli quello che contava era non essere esclusi e fare parte del mondo, della Chiesa universale. Papa Francesco volle l’inclusione e ho potuto vivere sulla mia pelle quello che significava questa inclusione, ovvero mettere questa periferia geografica sulla scacchiera mondiale, unita alla Chiesa di Roma. L’anno scorso l’ho vissuto ancora più intensamente divenendo cardinale. L’inclusione di Papa Francesco non comportava solo la vicinanza dei pochissimi fedeli della terra dell’Iran; parliamo spesso dei cattolici pari allo 0,0003% sulla popolazione di 90 milioni di abitanti e sui 17 milioni della capitale i cristiani cattolici forse sono 3500 persone. Il Papa, nello spirito della fratellanza universale, volle includere il dialogo con le autorità. Non è facile, è molto complicato ma non impossibile, e si procede passo e passo, giorno dopo giorno. Papa Francesco parlava molto delle porte aperte per tutti. Un giorno ho dovuto dire che si doveva iniziare con il desiderio di salvare le porte chiuse con la speranza che un giorno possano aprirsi.

Tanta gente aspira a questa pace, la pace che vuole essere anche pace interiore. Non vogliamo fissarci sul maligno ma decidiamo di seguire il Signore che vive dentro di noi.

Da Francescano riprendo queste parole di San Francesco “quando non si può testimoniare con la parola si può testimoniare con la vita, con la presenza”. E sappiamo quanto è importante la presenza. Le presenze sono importanti, lo vedete nelle vostre famiglie, nel lavoro. Essere testimonianza di amore, essere testimonianza di Cristo che si è fatto la nostra porta interna. Vedo nel mio quotidiano che con piccoli gesti si può trasformare una nazione. Vi chiedo di accompagnarmi nella preghiera affinché continuiamo a essere fiduciosi che le cose possano cambiare, cambiando il cuore degli uomini.