NEWS IN PRIMO PIANO/Archivio

Emanuela Frau, direttrice della Caritas diocesana di Iglesias: “Da cristiani dobbiamo essere testimoni di speranza”

In un tempo segnato da conflitti, fratture sociali e paure diffuse, parlare di pace significa andare oltre le parole e interrogarsi sulle responsabilità quotidiane di ciascuno. La pace non è solo l’assenza di guerra, ma un percorso fatto di giustizia, ascolto e cura delle fragilità. Su questi temi si concentra l’intervista a Emanuela Frau, direttrice della Caritas diocesana di Iglesias e da diversi anni referente del Gruppo diocesano di educazione alla giustizia, alla pace e alla mondialità (GDEM), che ci aiuta a leggere il valore concreto della pace a partire dai territori, dalle persone e dalle scelte di solidarietà che costruiscono comunità più umane e inclusive.

Che cosa significa oggi “costruire la pace” per la Caritas, oltre all’assenza di guerra?

Per la Caritas, costruire la pace significa avere la consapevolezza che il rispetto della dignità umana, il riconoscimento dei diritti inviolabili di ciascun individuo, la giustizia sociale non sono solo pilastri di una società più giusta, ma anche il dovere di ogni cittadino del mondo.

In che modo le disuguaglianze sociali ed economiche incidono sui conflitti e sulla mancanza di pace?

Purtroppo sono spesso la causa scatenante dell’instabilità politica e sociale che smuove le popolazioni vittime dell’ingiustizia. Il malcontento generato da inaccettabili condizioni di disparità sociale spesso sfocia in conflitti locali che possono portare ad una ben più grave degenerazione dell’equilibrio politico di un paese.

Come si può educare alla pace partendo dalle comunità locali e dalle relazioni quotidiane?

L’educazione alla pace è certamente una delle missioni della Caritas diocesana. Da anni attraverso il Gruppo diocesano di educazione alla giustizia, alla pace e alla mondialità si cerca di sensibilizzare la comunità in merito a tematiche che riguardano ciascuno individuo: la Nonviolenza, la tutela dei diritti umani, i conflitti dimenticati, la solidarietà internazionale, ecc. Attraverso importanti campagne di sensibilizzazione, si vuole tenere viva l’attenzione su annose tematiche; “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro”, campagna del 2013, ha voluto accendere i riflettori sul diritto al cibo e la malnutrizione. Oppure l’ultima campagna del 2025 “Cambiare la rotta. Trasformare il debito in Speranza”, un appello con l’obiettivo di ristrutturare i debiti iniqui, promuovere una finanza etica e garantire la giustizia climatica e sociale.

Che responsabilità hanno le istituzioni, la Chiesa e i cittadini nella promozione della pace?

Una grande responsabilità nel farsi promotori dei valori legati alla pace, una responsabilità che diventa opportunità di fare qualcosa di concreto per migliorare il mondo che abbiamo ricevuto in prestito e renderlo più giusto ed equo.

In un mondo segnato da guerre e crisi umanitarie, come si può mantenere viva la speranza?

Nell’epoca in cui viviamo mantenere viva la speranza richiede un impegno attivo che può concretizzarsi a partire dalla cura delle relazioni con il prossimo. Ciascuno può dare il proprio contributo, il volontariato ad esempio può essere uno strumento che migliora la coesione sociale, il vivere in una società più accogliente. Da cristiani dobbiamo continuare ad essere testimoni di speranza, coltivandola nella nostra quotidianità.

 Qual è il legame tra accoglienza dei più fragili (migranti, poveri, emarginati) e costruzione della pace?

L’accoglienza dei più fragili è un segno sulla via della costruzione di una pace che sia duratura. Nel corso degli anni, la Caritas diocesana di Iglesias ha vissuto esperienze importanti di accoglienza. Una fra tutte quella che l’ha vista impegnata nell’ospitalità di nove giovani somali nel 2011, all’indomani delle Primavere arabe, attraverso il progetto “Emergenza Nord Africa”. Oltre al vitto, alloggio e l’alfabetizzazione della lingua italiana, i giovani somali hanno incontrato persone di una cultura nuova e molto diversa. Per gli operatori della Caritas diocesana ha rappresentato un arricchimento in termini umani.

Come possono i giovani diventare protagonisti di una cultura di pace attraverso il volontariato?

I giovani che svolgono un servizio di volontariato presso le sedi della Caritas o di altre realtà simili hanno la possibilità di toccare con mano le storture di un mondo che mette ai margini i cosiddetti invisibili, prendendo coscienza che la povertà più difficile da colmare, non è quella economica, ma quella che nasce dalla mancanza di relazioni autentiche. Nel dare una mano ai più fragili, i giovani possono diventare promotori di pace, divenendo altresì consapevoli che solo lavorando per creare migliori condizioni di giustizia sociale, uguaglianza e rispetto della dignità umana si possono porre le basi per la costruzione di una pace duratura.

Ilaria Perduca

tratto da Sulcis Iglesiente Oggi