Aspettando il nuovo rapporto delle Caritas diocesane rileggiamo insieme le storie raccolte nel 2024
La vita di Giovanni (nome di fantasia) è un insieme di vite da lui vissute, sofferte, sfidate, a volte imbruttite, sporcate, negate. Mai perse. Spesso ritrovate. Il racconto che lui ne fa è lucido e appassionato. La sua vita, così complessa e dalle trame intricate gli appartiene fino in fondo. Fin da sempre. Fin da quando piccolissimo arriva in un orfanotrofio. In realtà lui non è un orfano ma è come se lo sia. I suoi genitori, impegnati a tenere in piedi le proprie vite piene di fragilità, non possono badare né a lui né ai suoi fratelli. In quel luogo in cui ci si sforza di essere famiglia, Giovanni rimane fino a quando ha otto anni, quando viene accolto, insieme a due dei suoi fratelli da un’altra famiglia. Ma le cose non vanno come genitori e figli si aspettano. Troppo diversi per carattere, per aspettative, per le esperienze vissute che, soprattutto ai bambini, hanno indurito il cuore e la mente. Giovanni sente che, nonostante tutto, quello non è il posto giusto per lui; si sente in gabbia, si ribella, prende strade incerte e pericolose. Ha solo 12 anni ma lui sente di essere grande.
Sente di poter badare a se stesso, di poter andare a scoprire il mondo anche negli anfratti più bui. Non sembra spaventato. Sente di avere il mondo tra le mani, in una sfida aperta, continua ed esaltante. Sono gli anni dei primi spinelli, dei primi sballi, della cocaina, dei furti, dello spaccio e dei soldi facili. Una vita che via via si perde e si disperde; una vita vissuta sulle montagne russe tra paradisi artificiali, bugie continue, picchi di falso piacere momentaneo e profondo stordimento misto a dolore che dilania l’anima. Con il diciottesimo compleanno, due giorni dopo la maggiore età arriva, come “regalo” inaspettato e ben incartato, anche la galera. Anni duri in cella a scontare i reati, a cercare di comprendere gli errori fatti, a provare a disintossicare il corpo e la mente.
Non è per niente facile ma qualcosa comincia a maturare nell’anima di Giovanni tanto che egli decide di intraprendere un percorso terapeutico in una comunità di ispirazione cristiana dove passa sette lunghissimi anni. «La mia riabilitazione si è basata sulla riscoperta del valore immenso della vita e sul messaggio di Gesù Cristo. Durante questo cammino ho scoperto il significato profondo dell’amore e della vita. Dell’amore disinteressato, slegato dal tornaconto personale, ho sperimentato l’amore liberato da quello che amore non è. Non è stato facile ma lo studio della Bibbia mi ha aiutato moltissimo insieme alla possibilità di lavorare, di avere il tempo e la mente impegnata su qualcosa di bello e di utile. In comunità si lavorava molto. Ci occupavamo dell’accudimento degli animali, di produrre oggetti in pellame per altre aziende, ecc. Il lavoro era ben organizzato così come tutto il tempo. E oltre al lavoro c’era la preghiera, costante, intensa». Tutto questo a Giovanni però, a volte, pare non bastare ancora. Troppo duro resistere alla tentazione di una vita facile, dove il guadagno avviene senza il sudore della fronte e dove il benessere effimero dello sballo diventa così totalizzante da far perdere l’orientamento, il senso della misura, il gusto della semplicità della vita. Così per ben sei volte scappa via dalla comunità. Poi ci rientra definitivamente e da lì in poi la sua presa di coscienza è totale. Nessun tentennamento importante, solo la volontà ferrea di dare un senso nuovo alla sua vita. Il dono della fede farà il resto. Incontra persone che per il loro pensiero, la loro vita e per ciò di cui parlano lo affascinano. Mi racconta di aver conosciuto il cardinale Carlo Maria Martini, Mons. Gianfranco Ravasi, esperto biblista, Sergio Zavoli ed altri ancora. Sono per lui incontri che lo aiutano a cambiare la vita, perché gettano nella sua esistenza il seme di un cambiamento che segna un solco profondo tra il prima e il dopo. Un dopo fatto di gioia, di appagamento generato dalle cose normali ma essenziali, dalla vita in limpidezza, senza bugie, inganni, vie facili nella strada, spesso tortuosa, verso lo star bene e la felicità.
Nella vita di Giovanni c’è l’incontro con una donna che è diventata sua moglie e madre di un bellissimo bambino. Mentre racconta di quando si sono incontrati, innamorati e conosciuti il suo sguardo si riempie di luce, la spontaneità del sorriso, mentre cerca lo sguardo del figlio, toglie al volto il segno della sofferenza raccontata. «Ho scoperto l’amore vero e ho imparato ad amare», mi dice, quasi con pudore. Dopo alcuni anni di serenità, la sofferenza bussa nuovamente alle porte, si affacciano malattie che si sovrappongono l’una all’altra, una serie di visite mediche che richiedono tanti soldi così come le cure costosissime; c’è poi il peso di una casa troppo piccola in attesa di poterne avere una più dignitosa, i soldi che non ci sono neanche per lo stretto necessario perché con l’esordio delle malattie la forza per lavorare non c’è più.
In tutto questo dolore però c’è una luce, uno spiraglio di speranza. È la mano tesa della Caritas che supporta Giovanni in questo tempo lungo che richiede pazienza, forza e uno spirito saldo. «Senza la Caritas sarei già morto! – dice senza esitazione -. Mi hanno sempre aiutato e anche ora mi aiutano tantissimo perché mi ascoltano e danno un aiuto concreto a me e alla mia famiglia. Grazie alla Caritas io e mia moglie riusciamo a non fare pesare i nostri problemi a nostro figlio, a cui cerchiamo di far vivere una vita dignitosa e la più serena possibile. Il suo sorriso e la nostra forza. Non è facile ma è perché c’è la Caritas che noi possiamo sperare ancora. Grazie a loro possiamo mangiare e avere il necessario per nostro figlio, io posso fare le visite specialistiche e posso curarmi. Oltre questo ho anche un aiuto spirituale. Ringrazio Dio ogni giorno perché non siamo soli e prego per la direttrice e per tutti coloro che fanno questo servizio alle persone che hanno bisogno come noi».
Augusta Cabras

