Aspettando il nuovo rapporto delle Caritas diocesane rileggiamo insieme le storie raccolte nel 2024
Da tempo, nella società italiana, si assiste alla tendenza di un sempre maggior numero di donne che, non volendo rinunciare all’autonomia personale, sceglie di rimandare la possibilità di avere un figlio e metter su famiglia. Oltre alla paura del futuro e l’instabilità economica, tra i fattori dissuasori si possono considerare anche l’indisponibilità dei familiari (nonni in genere) a prendersi cura dei bimbi, i costi del babysitteraggio e la mancanza di efficaci politiche di welfare. In controtendenza, però, c’è chi è disposta a metter da parte l’attività lavorativa e l’indipendenza economica pur di realizzare il desiderio di diventare madre.
Anche Giovanna (nome di fantasia) dopo i 40 anni ha deciso di lasciare il lavoro, seppur precario, per dedicarsi totalmente al suo secondogenito, che ora ha tre anni. «Adesso non lavoro perché lui è piccolino e lo sto ancora allattando; a settembre però entrerà alla scuola materna e così riprenderò a lavorare». Con in tasca una qualifica di Operatore Socio Sanitario, mestiere che la gratifica anche per la sua amorevole dedizione nei confronti degli anziani,
Giovanna ha preferito non ripetere quella che considera un’esperienza fallimentare con la prima figlia, oggi ventenne. «Con lei ho fatto un errore e me ne sono pentita tanto, la bambina è rimasta traumatizzata perché la stavo allattando e non voleva stare al nido; meno ci andava e meglio stava, ma dovevo lavorare». A causa della fragilità dei genitori, anziani non autosufficienti, e della disabilità del fratello, si è sentita costretta ad affidare la piccola alle cure delle maestre, pur di non rinunciare al lavoro e all’unico reddito familiare dopo la separazione dal marito.
Si dice felice di poter trascorrere tante ore col suo bambino. «La mattina, dopo la colazione, giochiamo insieme, gli illustro i suoi libri e cerco di istruirlo nel mio piccolo. Poi andiamo al parco dove incontra altri bimbi». Ritrovandosi senza uno stipendio e con il solo aiuto delle misure di sostegno (Reddito di Cittadinanza prima e Assegno di inclusione poi), non ha potuto far fronte a spese improvvise legate all’abitazione. Attraverso l’incontro con le operatrici del Centro di ascolto di Iglesias è riuscita a risolvere il suo problema riacquistando serenità e dimostrando gratitudine. «Rischiavo lo sfratto per tre mensilità di affitto arretrate e grazie alla Caritas mi sono rimessa in carreggiata – prosegue orgogliosa Giovanna–. Vi ho scritto una lettera di ringraziamento perché era giusto e corretto; mi avete dato non una ma due mani!». In attesa di una risposta dall’amministrazione comunale per un alloggio a canone concordato, ritiene che lo Stato debba sostenere le famiglie nella ricerca di un appartamento, accessibile anche a chi ha basso reddito. «Tutte le famiglie, ma anche una come me che ha necessità di un alloggio temporaneo, dovrebbero essere aiutate. Gli affitti sono troppo alti. Ora riesco a pagarlo grazie all’Assegno di inclusione e ho la carta acquisti avendo un bambino che non ha più di tre anni. Ma dopo come farò? – si chiede angosciata – .Nonostante ora abbia il contratto regolare, il Comune mi ha detto che non può rimborsarmi il costo dell’affitto perché sono terminati i fondi a disposizione».
La necessità di provvedere autonomamente alle spese familiari sprona Giovanna a riprendere la ricerca di un lavoro da OSS, lasciando nel cassetto il desiderio di proseguire gli studi per ottenere il diploma. «Non appena il bambino entrerà alla scuola materna invierò il curriculum alle cooperative, anche se sarebbe bello essere assunta da una struttura per anziani: mi piace tanto lavorare con loro, l’ho già fatto; è quello il lavoro per me – prosegue con rammarico -.Mi sarebbe piaciuto prendere il diploma ma –continua imbarazzata – ho dovuto lavorare e anche oggi non posso permettermelo; avrei voluto prenderlo per rendere la vita più serena ai miei figli». La sua determinazione nel volercela fare da sola, nonostante i numerosi ostacoli legati alla fine del matrimonio, emerge in particolare quando ricorda l’ultima udienza davanti al giudice, qualche anno fa, nel momento della sentenza di divorzio. «Quando la giudice mi ha chiesto “Quanto le serve per il mantenimento?”, le ho risposto “niente, da lui non voglio niente”. E alla sua domanda “Quando il suo ex marito potrà vedere i bambini?” – prosegue fiera Giovanna – ho replicato “Tutte le volte che lo desidera”. E allora la giudice, da donna, mi ha voluto stringere la mano complimentandosi con me».
Volgendo lo sguardo al futuro ha un atteggiamento positivo. La rinuncia agli studi per questioni economiche (famiglia numerosa con 5 figli, unica femmina), spinge Giovanna a desiderare che nella vita dei suoi due figli lo studio divenga la priorità, una chiave di riscatto sociale.
«La primogenita si è appena diplomata; avrebbe voluto frequentare la facoltà di Ingegneria meccanica ma ha cambiato idea, ora si è iscritta a Medicina – dice orgogliosa – perché vuole accontentare la mamma; vorrei che intraprendesse quella carriera. Mi piacerebbe che anche il piccolino studiasse e non facesse l’errore che ho fatto io; gli sto inculcando che deve fare il medico, una professione che ti porta ad avere non tutto quello che vuoi, ma che
comunque ti consente di vivere una vita agiata». Tra i sogni di Giovanna c’è spazio anche per gli altri, per le persone meno fortunate, costrette a vivere una vita
diversa, troppo diversa, da quella immaginata e desiderata; persone condannate alla solitudine perché prive di autentiche relazioni familiari. «Mi piacerebbe tanto aiutare, specialmente le persone che hanno bisogno. Mi si potrebbe dire: “Hai bisogno tu e vuoi aiutare gli altri?!!”.Ma è una cosa che mi piacerebbe fare, anzi rifare, perché ho già svolto servizio tempo fa a “Soccorso Iglesias”, ma poi ho dovuto rinunciare, dovendomi occupare di mio figlio.
Da settembre vorrei riprendere il volontariato, non so ancora dove, ma comunque in un posto in cui posso dare una mano a chi ha veramente bisogno».
Emanuela Frau

